Come sempre l’autunno porta con se manifestazioni sindacali e associative. Tanto che Roma, diventa fino a primavera la capitale anche della protesta. Questa volta ad annunciare l’occupazione della piazza sono i marittimi. Gente poco abituata a questo genere di protesta. Anzi quasi per niente. Dopo la manifestazione del 3 febbraio nel piazzale Candi di Porto Santo Stefano, da cui nacque l’omonimo “Coordinamento nazionale marittimi 3 febbraio”, i naviganti – non solo dell’Argentario, ma di tutta Italia – tornano a mostrare il loro dissenso.
Un sodalizio mette insieme l’Associazione Marittimi Argentario, l’A.Ma.Di nazionale di Rapallo e l’A.Ma.Di Campania, l’Associazione Marittimi Tirreno Centrale con sede a Terracina, la Lavoratori Marittimi Costa Tirrenica con sede a Viareggio, Amare Gaeta, Italian Yacht Masters con sede a Loano (Savona), ma anche e soprattutto l’associazione Capitani Procida che fin dalla sua nascita, non ha lesinato quotidianamente di accompagnare associati e non, nel districato mondo della gente di mare. Un mondo fatto non solo di sudore e sangue sull’acqua salata, ma da qualche anno anche di scartoffie e pastoie burocratiche.
E così dopo un continuo incrocio di pareri e opinioni fra le associazioni che lo compongono, il sodalizio ha deciso di scendere in piazza martedì 15 novembre a Roma, di fronte al ministero delle infrastrutture e dei trasporti, assieme ai marittimi provenienti da tutto lo Stivale. Ed è proprio ai colleghi del “tirreno” che Luigi Scotto , Presidente del Coordinamento, ha illustrato le ragioni della protesta: «I marittimi del traffico e del diporto, si ritrovano uniti nel subire le incomprensibili e discriminanti interpretazioni, sempre peggiorative, degli adeguamenti richiesti da Manila 2010. Rileviamo un’intollerabile discriminazione dei marittimi italiani nei confronti dei loro colleghi di altre nazioni: significa, nel migliore dei casi, la perdita di competitività nel mercato del lavoro, e nel peggiore l’impossibilità di lavorare e quindi di garantire continuità economica alle proprie famiglie».
Sotto accusa ci sono le interpretazioni del Ministero riguardo agli adeguamenti previsti dopo Manila 2010, e che penalizzano i marittimi italiani rispetto a quelli degli altri paesi. «A questo punto non ci sono più alternative – aggiunge Scotto – Se il Ministero non è in grado di tutelare i marittimi italiani, tocca ai marittimi stessi far sentire la propria voce. La quasi totalità del personale navigante su Monte Argentario che naviga su imbarcazioni da diporto non commerciale, ad esempio, sarà impossibilitato a rinnovare il certificato commerciale, perdendo dei due certificati l’unico internazionale riconosciuto dall’Imo. In molti sono costretti a prendere titoli inglesi». Il Coordinamento lancia un appello. «Colleghi, se non ci facciamo sentire questa volta, al Ministero non ci prenderanno mai più sul serio. Se non siamo in grado di impedire questo massacro, allora dobbiamo stare zitti e subire per il resto della nostra vita. È giunto il momento di tirare fuor il carattere. O stiamo con la schiena dritta questa volta o staremo piegati tutta la vita».
Altro nodo cruciale invocato a gran voce dai Sindacati dei Marittimi, è la necessità di inserire quello marittimo tra i lavori usuranti. Oggi, in Italia, su 30mila marittimi sono quasi duemila quelli che nel 2017 potrebbero usufruire dei benefici concessi a chi è compreso nelle liste dei lavoratori usuranti. «Il nostro obiettivo – ha spiegato Claudio Tomei, presidente Usclac, UncDim e Smacd – è l’inserimento dei lavoratori in questa categoria, con il conseguimento dei vantaggi che questo comporta. Ci stiamo battendo e ci batteremo fino a quando non raggiungeremo questo obiettivo». A livello mondiale, al momento, nel settore sono impiegati 1,2 milioni di lavoratori.
I dati sul trasporto marittimo dicono che il 95% del tonnellaggio del commercio mondiale avviene su nave, mentre sono 750mila i marittimi mediamente operativi in un giorno a bordo di tutte le imbarcazioni nel mondo. «La disparità di trattamento tra le varie categorie di lavori usuranti – ha aggiunto Mario Cardoni, direttore generale di Federmanager – è un argomento che andrebbe inserito nel “pacchetto pensioni” a cui il governo sta lavorando. Non stiamo chiedendo favoritismi, ma semplicemente il riconoscimento di un diritto : quello al lavoro in condizioni di sicurezza per una categoria di lavoratori spesso chiamati ad affrontare situazioni critiche e di emergenza». Il decreto legislativo 67 del 2011, ha confermato l’esclusione dei marittimi dai lavori usuranti. Una decisione che secondo Usclac, UncDim e Smacd dovrebbe essere cambiata.
A tutto ciò va aggiunto anche quando evidenziato giorni fa dagli Armatori su oltre 1500 posti di lavoro messi a rischio. Infatti l’obbligo di imbarcare sui traghetti solo personale italiano o comunitario, escludendo marittimi extra Ue anche per le tratte miste, che prevedono viaggi internazionali, potrebbe portare al “flagging out”, ovvero al trasferimento della flotta sotto altra bandiera con il rischio di “una perdita di circa 1.500 posti di lavoro in Italia”. A rilanciare l’allarme sulla “notevole perdita di competitività della bandiera italiana” e le annesse conseguenze è stata come dicevamo Confitarma, ascoltata alla Camera, commissioni Trasporti e Attività produttive riunite. La Confederazione italiana degli armatori è stata sentita nell’ambito dell’esame del decreto sul riordino degli incentivi fiscali, previdenziali e contributivi in favore delle imprese marittime. Ed è stata questa l’occasione per ribadire che “il presupposto dell’aumento occupazionale alla base dell’adozione del provvedimento purtroppo non raggiunge la finalità desiderata”. Anzi, sottolinea l’associazione, ci saranno “peggioramenti.

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