Leo Pugliese – La Chiesa non è un palco. Non è un museo. Non è una galleria d’arte contemporanea dove ognuno può esporre la sua personale visione del mondo, travestita da “attualizzazione del Vangelo”. La Chiesa è il Tempio di Dio. È la casa del Santissimo Sacramento. È il luogo dove l’Eterno si rende presente nella carne e nel pane. Trasformare il presepe, icona dell’Incarnazione, segno tangibile del mistero che salva, in un teatrino di denuncia sociale, in una cronaca tridimensionale delle guerre, del clima, della politica sanitaria o migratoria, è un atto di violenza simbolica contro il sacro. È un abuso liturgico del pensiero. È una profanazione estetica e teologica. Non ci si può appellare al “Gesù dei poveri” per giustificare ogni tipo di messinscena. Il Gesù dei poveri è anche il Gesù del tabernacolo, il Gesù del golgota, il Gesù che si è fatto obbediente fino alla morte, non il Gesù delle ONG, dei talk show o dei salotti ideologici. Il presepe non è un editoriale. È un’icona sacra. È liturgia visiva. E come ogni cosa sacra, deve essere rispettata, custodita, adorata. Il luogo in cui si celebra l’Eucaristia non può essere ridotto a contenitore neutro di contenuti umani, per quanto nobili o drammatici. La presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento esige silenzio, adorazione, sobrietà, sacralità. Ogni elemento che distoglie l’attenzione da lui, ogni messaggio che sostituisce il vangelo con l’attualità, è un tradimento della fede. Queste “creatività profetiche” che vanno tanto di moda sono spesso esercizi di vanagloria clericale, travestiti da compassione. Ma la compassione cristiana non ha bisogno di scenografie, ha bisogno di santi, non di scenografi. Ha bisogno di preghiera, non di slogan. Ha bisogno di penitenza, non di esposizioni. La chiesa è il luogo dove si entra con timore e tremore, come Mosè davanti al roveto ardente. È il luogo dove il Cielo tocca la terra, non dove la terra impone la sua agenda al Cielo. I marmi, gli altari, l’arte sacra, l’incenso, i canti, tutto concorre a dire una sola cosa: qui Dio è presente. E se Dio è presente, il nostro compito è adorare, non strumentalizzare. Chi si serve del presepe per lanciare messaggi mondani, non evangelizza: colonizza. Non mostra Cristo: mostra sé stesso. E questo è il peccato più grave: usare il nome di Dio per dare visibilità al proprio pensiero. Che il Natale torni ad essere celebrazione del mistero, non palcoscenico per l’ideologia. Che il presepe torni a parlare di Dio che si fa uomo, non dell’uomo che si sostituisce a Dio. Che le chiese tornino ad essere luogo dell’eterno, non specchio del contingente. Perché o Cristo è il centro, o tutto diventa teatro del nulla.



















