Un cambio di passo atteso da anni, maturato lontano dai riflettori della politica nazionale e cresciuto nel confronto diretto tra chi il mare lo vive e chi è chiamato a governarne le regole. La transizione verso il libretto di navigazione digitale e l’avvio dell’Anagrafe Nazionale della Gente di Mare (ANGEMAR) segnano una discontinuità per il settore marittimo italiano: meno frammentazione amministrativa, dati più affidabili, procedure più snelle e una gestione del lavoro a bordo potenzialmente più trasparente.
Al centro di questa svolta c’è Procida, che negli ultimi anni si è ritagliata un ruolo insolito ma crescente: non solo isola simbolo di tradizioni marinare, ma anche luogo di elaborazione tecnica e politica. Il percorso – secondo gli addetti ai lavori – ha preso forma proprio attorno al convegno annuale organizzato sull’isola, diventato un tavolo stabile in cui comandanti, lavoratori, associazioni, compagnie e istituzioni hanno potuto misurare criticità e soluzioni. È in questo contesto che la proposta di digitalizzare il libretto e costruire una banca dati nazionale della forza lavoro marittima ha trovato sponda, metodo e progressiva concretezza.
A rivendicare con chiarezza la genesi dell’iniziativa è il Comandante Fabio Pagano, presidente del Comitato del Lavoro Marittimo, che lega il risultato raggiunto alla continuità del lavoro svolto a Procida e alla necessità, ora, di passare dall’annuncio alla piena operatività. Le sue parole, pronunciate a margine delle ultime tappe del percorso, restano il punto fermo del racconto:
«Per noi oggi è un giorno importantissimo. L’istanza di rendere digitale il libretto di navigazione è partita dal nostro Comitato ed il Convegno che organizziamo ogni anno a Procida è stato l’ambiente in cui questa idea si è sviluppata e ha preso corpo, fra operatori, rappresentanti del mondo del lavoro, del Governo e del Parlamento, unitamente alla creazione di una anagrafe digitale dei lavoratori marittimi. Siamo davanti ad un punto di svolta per il lavoro marittimo nel nostro Paese: finalmente avremo gli strumenti per avere un quadro preciso e costantemente aggiornato della forza lavoro del settore e per favorire l’occupazione a bordo delle navi. L’Angemar è realtà, celebriamo questo importante risultato raggiunto, consapevoli che adesso dobbiamo darci da fare affinché possa diventare operativa per lavoratori e compagnie. Ne parleremo in modo approfondito anche nel corso dell’edizione 2026 del nostro Convegni, in programma i prossimi 4 e 5 giugno a Procida».
Dietro la formula “digitalizzazione” non c’è soltanto l’adeguamento tecnologico di un documento, ma la possibilità di risolvere un problema concreto che molti marittimi segnalano da tempo: la difficoltà di gestire, con strumenti tradizionali e procedure non omogenee, la certificazione della propria storia professionale. Imbarchi, titoli, corsi, rinnovi e verifiche costituiscono una trama amministrativa inevitabile in un comparto regolato da standard nazionali e internazionali. Il punto, però, è l’efficienza del sistema con cui queste informazioni vengono raccolte, aggiornate e rese disponibili.
Il libretto digitale promette di ridurre passaggi ripetitivi e tempi morti, oltre a limitare il rischio di disallineamenti tra uffici e territori. Per chi lavora a bordo – spesso per lunghi periodi e con finestre ridotte per sbrigare pratiche – la semplificazione non è un dettaglio: significa poter dimostrare competenze e requisiti con maggiore rapidità, evitando che una procedura lenta si trasformi in un ostacolo all’imbarco o al rinnovo di un titolo. In prospettiva, la tracciabilità digitale può anche rafforzare la tutela del lavoratore, rendendo più lineare la ricostruzione del percorso professionale e più chiaro ciò che è stato maturato nel tempo.
Se il libretto digitale incide sul singolo, ANGEMAR punta a intervenire sul sistema. L’anagrafe nazionale della gente di mare nasce con l’obiettivo di offrire una fotografia aggiornata della forza lavoro marittima: quanti sono i marittimi, quali qualifiche possiedono, come si distribuiscono per profili professionali, quali competenze sono disponibili e quali rischiano di diventare carenti.
Per le istituzioni, una base dati strutturata può diventare uno strumento di programmazione: politiche formative più mirate, lettura più accurata dei fabbisogni, maggiore capacità di valutare l’impatto di norme e scelte industriali. Per le compagnie e per i soggetti che incrociano domanda e offerta, l’effetto potenziale è un mercato del lavoro più ordinato, dove l’individuazione dei profili necessari non dipende da canali informali o da procedure lente, ma da informazioni aggiornate e verificabili.
Resta però un passaggio decisivo, che lo stesso Pagano richiama: l’operatività. Una banca dati e un documento digitale producono benefici solo se diventano strumenti realmente utilizzabili – semplici, accessibili, integrati con gli uffici competenti e con i processi già in uso. Il successo della riforma, quindi, non si misurerà soltanto nell’adozione formale, ma nella capacità di trasformarsi in prassi quotidiana per lavoratori e imprese.
Nel racconto degli addetti ai lavori, il valore aggiunto del “modello Procida” sta nella modalità con cui la riforma è stata alimentata: non un’idea calata dall’alto, ma un percorso in cui il confronto tra categorie, professionisti e istituzioni ha dato forma a una proposta concretamente applicabile. In questo iter viene citato anche l’interessamento dell’On. Salvatore Deidda nelle fasi iniziali, accanto al lavoro del Comitato del Lavoro Marittimo e alle interlocuzioni avviate con i livelli di governo e Parlamento.
L’impressione è che, almeno in questa partita, il settore sia riuscito a far emergere un’esigenza condivisa: modernizzare senza complicare, rendere più chiaro ciò che oggi è disperso, sostituire la frammentazione con un sistema unico, leggibile e aggiornato.
La trasformazione, inoltre, ha un riflesso competitivo. In un mercato marittimo globale, dove i registri e le amministrazioni più efficienti attirano traffici e competenze, la capacità di garantire procedure snelle e affidabili è un elemento che pesa. L’allineamento dell’Italia a pratiche già diffuse presso bandiere e amministrazioni più avanzate può contribuire a colmare un ritardo storico, restituendo al comparto strumenti coerenti con la dimensione internazionale del lavoro in mare.



















