Leo Pugliese – La Processione del Venerdì Santo, al di là delle immagini più note e dei richiami mediatici, resta anzitutto una grande esperienza intima. Un’intimità che non appartiene solo alla sfera individuale, ma coincide con il sentimento profondo di un’intera comunità: quella che ogni anno richiama procidani da ogni parte del mondo per ritrovarsi attorno alla processione, come se il tempo si fermasse, o forse, più semplicemente, come se si provasse a renderlo eterno. È un tempo diverso, riconoscibile, che interrompe la routine e rimette tutti, credenti e non, davanti a una domanda di senso. Ed è anche, nel suo modo sobrio, una delle forme più nette con cui l’isola si racconta a se stessa.
Nella lettura proposta dall’avv. Antonio Carannante, il senso di questa esperienza si comprende soprattutto osservando ciò che accade “prima” e “dopo”. La processione, infatti, non comincia il Venerdì: comincia molto prima, già da gennaio, quando la si immagina, la si progetta, la si prepara. È un percorso che si costruisce nel lavoro paziente, nelle competenze tramandate, nella partecipazione di associazioni e scuola, in una pedagogia silenziosa che tiene insieme generazioni diverse. È lì che la tradizione diventa concreta: nelle tecniche per realizzare i misteri, nel passaggio di mano in mano di gesti e saperi, nelle famiglie che accompagnano i più piccoli fin dai primi anni; nelle stradine attraversate, dal suono della tromba che annuncia e richiama.
Chi guarda solo il “giorno” della Processione vede la superficie; chi segue la preparazione coglie la trama: l’educazione al rispetto, la disciplina del fare, la responsabilità di rappresentare qualcosa che non si possiede ma si riceve.
La stessa intimità, sottolinea Carannante, si avverte nella notte del giovedì, nell’attesa in Piazza d’Armi: un tempo fatto di commenti ai lavori, di saluti, di persone che si ritrovano dopo anni e si scoprono cambiate. C’è chi torna apposta, chi riconosce un volto, chi cerca una voce. In quell’attesa, spesso, l’isola misura il proprio tempo: il tempo delle assenze e dei ritorni, delle generazioni che avanzano, dei ragazzi che diventano adulti. E poi all’alba, quando sfila il Cristo Morto: un momento in cui, guardando quel corpo, si finisce per guardarsi dentro, come troppo spesso non si fa, e, almeno per una volta, si prova davvero a pregare.
In questa prospettiva, la processione non è un “evento”: è un viaggio condiviso dentro se stessi e, quindi, dentro la storia dell’isola. Per questo anche l’accoglienza di chi viene da fuori non può ridursi a un fatto organizzativo o turistico: significa accompagnare, spiegare, far comprendere con rispetto, senza tradire ciò che rende questa esperienza così essenziale. Accogliere non vuol dire semplificare; vuol dire dare contesto, proteggere i silenzi, ricordare che alcune cose non chiedono applausi ma ascolto.
E forse è proprio da qui che si può partire anche per ricordare il dottor Giacomo Retaggio. Nei suoi libri, e in particolare in Procida ed io, un anno o quasi, Retaggio ha dedicato alla processione pagine capaci di restituirne il senso più autentico, raccontando in prima persona, con chiarezza, un’esperienza che va oltre la televisione e oltre i clamori. Non un resoconto folkloristico, ma un racconto dall’interno: della comunità, dei suoi tempi lunghi, del suo silenzio, della sua capacità di riconoscersi, almeno una volta l’anno, attorno a ciò che non si può semplificare. È questo, forse, il tratto che rende ancora preziosa la sua testimonianza: la misura, l’attenzione al dettaglio, la volontà di non “consumare” la tradizione ma di lasciarla parlare.
Da questa consapevolezza nasce l’invito che Carannante, nipote di Retaggio, rivolge alla prossima Amministrazione Comunale di Procida: individuare una forma di riconoscimento sobria, concreta e duratura per ricordare uno scrittore che è stato anche un appassionato cultore del Venerdì Santo procidano, e che ne ha custodito la memoria con le parole.
Le strade possibili sono diverse: l’intitolazione di una strada o di una piazza, una targa in un luogo significativo, oppure una aula, nella scuola o in uno spazio pubblico, che porti il suo nome e lo restituisca alla vita quotidiana della comunità. Ogni scelta, se motivata e pensata bene, avrebbe un valore. E tuttavia la differenza, in questi casi, sta nel “come”: non nella grandezza del gesto, ma nella sua capacità di restare, di non esaurirsi in una cerimonia, di diventare un’abitudine civile.
Per questo, tra tutte le ipotesi, almeno per me, ce n’è una che appare la più coerente: un Premio letterario “Giacomo Retaggio”. Perché, se dedicare un luogo fissa la memoria nello spazio, dedicare un premio la fissa nel tempo: la rende un appuntamento, un’eredità che si rinnova, un invito annuale a fare ciò che Retaggio ha fatto con Procida, guardarla con attenzione, ascoltarla, raccontarla con rispetto e senza clamori. Un premio, più di ogni altra intitolazione, avrebbe la forza di trasformare un ricordo in un gesto vivo: capace di coinvolgere i giovani, la scuola, chi scrive e chi legge; di raccogliere nuove pagine, nuove voci, nuove “cronache” dell’isola; e, soprattutto, di costruire un piccolo archivio di comunità, anno dopo anno.
Potrebbe essere un concorso di racconti e di scrittura del reale, aperto anche ai procidani nel mondo, con una sezione dedicata agli studenti: non per “inventare” una Procida da cartolina, ma per descrivere quella vera, con i suoi legami, i suoi riti, le sue domande.
Sarebbe anche un modo concreto per tenere insieme memoria e futuro. Perché un premio non celebra soltanto il passato: mette in circolo energie, responsabilizza, crea occasioni di incontro. E, se costruito con sobrietà e rigore, può diventare nel tempo un segno riconoscibile dell’identità culturale dell’isola, capace di affiancare, senza sovrapporsi, alle grandi tradizioni collettive. In fondo, onorare Giacomo Retaggio a partire dalla Processione, da ciò che essa è e da come lui l’ha descritta, significa ribadire che certe tradizioni non si “usano”: si custodiscono. E si trasmettono.



















