NAPLES, ITALY - MAY 08: (EDITOR NOTE: STRICTLY EDITORIAL USE ONLY - NO MERCHANDISING). Pope Leo XIV receives a pizza as a gift on the way to the Naples cathedral during his one day visits to Pompei and Naples on May 08, 2026 in Naples, Italy. Pope Leo XIV marked the first anniversary of his pontificate on Friday, May 8, with a visit to the southern Italian cities of Pompeii and Naples. The Pope celebrated Mass in the square in front of the Shrine of Our Lady of the Rosary, and recalled that he was elected Pope on the Feast of Our Lady of the Rosary of Pompeii. (Photo by Simone Risoluti - Vatican Media via Vatican Pool/Getty Images)

Leo Pugliese – Quando un Papa arriva a Napoli, (almeno negli ultimi decenni ) non è una visita: è un format. Un pacchetto turistico-spirituale con dentro sempre gli stessi tre omaggi e le stesse quattro frasi, come se la città fosse un cesto natalizio da consegnare con il fiocco.
La pizza d’ordinanza (come se la città avesse un’unica identità, e fosse in cartone), il pastore di San Gregorio Armeno (per ricordare al mondo che Napoli, anche quando parla di fede, deve prima “fare scena”), e la consueta processione di figuranti che a stento sanno farsi il segno della croce che sono li nelle prime file più per aneddoto che per autorevolezza.
Poi arriva la parte scritta da altri: la narrazione obbligatoria. Napoli “delle voci d’ ’e criature”, Napoli “dai mille colori”, Napoli “bella e contraddittoria” (come se non lo fossero tutte le città del mondo), Napoli “tra sofferenza e riscatto”, Napoli “ferita dalla criminalità”. Tutto vero? Certo. Ed è proprio questo il problema: sono verità ridotte a banalità, ripetute così tante volte da diventare un rosario che si recita senza ascoltarsi.
La cosa che fa cadere le braccia non è neppure il folklore in sé: Napoli il folklore ce l’ha, e può anche permetterselo. Il problema è la pigrizia con cui lo si usa come alibi. Come se bastasse mettere in mano al Papa due simboli e quattro parole a effetto per sentirsi assolti: “Ecco, Santità, questa è Napoli. Prenda, benedica e vada.” Una città ridotta a kit: santino, pizza, presepe e una spruzzata di “emergenza”.
Così, invece di accogliere il Papa con la città reale, quella fatta di lavoro che manca o che sfrutta, di quartieri lasciati a sé stessi, di ragazzi bravi che non finiscono in cartolina, di competenze che non fanno folklore, lo si accompagna in un corridoio di immagini già approvate: pizza, mandolino, presepe, Vesuvio, u’murales.
In un racconto prefabbricato, tanto per un Papa, quando per un Re, o per un clown, si continua a guardare Napoli come una vecchia cartolina: si riconosce subito, non disturba, non chiede domande nuove. Peccato che Napoli, quella vera, faccia esattamente il contrario: disturba, contraddice, cambia.
Il risultato è perfetto, infatti è sempre lo stesso: una Napoli che sembra costruita per farsi capire al primo sguardo, così nessuno rischia di capire davvero. E la città, invece di parlare con la propria voce, si lascia tradurre in un dialetto mediatico che non appartiene a nessuno e funziona per tutti. 

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