
Leo Pugliese – Quando un Papa arriva a Napoli, (almeno negli ultimi decenni ) non è una visita: è un format. Un pacchetto turistico-spirituale con dentro sempre gli stessi tre omaggi e le stesse quattro frasi, come se la città fosse un cesto natalizio da consegnare con il fiocco.
La pizza d’ordinanza (come se la città avesse un’unica identità, e fosse in cartone), il pastore di San Gregorio Armeno (per ricordare al mondo che Napoli, anche quando parla di fede, deve prima “fare scena”), e la consueta processione di figuranti che a stento sanno farsi il segno della croce che sono li nelle prime file più per aneddoto che per autorevolezza.
Poi arriva la parte scritta da altri: la narrazione obbligatoria. Napoli “delle voci d’ ’e criature”, Napoli “dai mille colori”, Napoli “bella e contraddittoria” (come se non lo fossero tutte le città del mondo), Napoli “tra sofferenza e riscatto”, Napoli “ferita dalla criminalità”. Tutto vero? Certo. Ed è proprio questo il problema: sono verità ridotte a banalità, ripetute così tante volte da diventare un rosario che si recita senza ascoltarsi.
La cosa che fa cadere le braccia non è neppure il folklore in sé: Napoli il folklore ce l’ha, e può anche permetterselo. Il problema è la pigrizia con cui lo si usa come alibi. Come se bastasse mettere in mano al Papa due simboli e quattro parole a effetto per sentirsi assolti: “Ecco, Santità, questa è Napoli. Prenda, benedica e vada.” Una città ridotta a kit: santino, pizza, presepe e una spruzzata di “emergenza”.
Così, invece di accogliere il Papa con la città reale, quella fatta di lavoro che manca o che sfrutta, di quartieri lasciati a sé stessi, di ragazzi bravi che non finiscono in cartolina, di competenze che non fanno folklore, lo si accompagna in un corridoio di immagini già approvate: pizza, mandolino, presepe, Vesuvio, u’murales.
In un racconto prefabbricato, tanto per un Papa, quando per un Re, o per un clown, si continua a guardare Napoli come una vecchia cartolina: si riconosce subito, non disturba, non chiede domande nuove. Peccato che Napoli, quella vera, faccia esattamente il contrario: disturba, contraddice, cambia.
Il risultato è perfetto, infatti è sempre lo stesso: una Napoli che sembra costruita per farsi capire al primo sguardo, così nessuno rischia di capire davvero. E la città, invece di parlare con la propria voce, si lascia tradurre in un dialetto mediatico che non appartiene a nessuno e funziona per tutti.


















