Leo Pugliese – Un bambino nato da poche settimane cercherà un giorno il volto di sua madre nelle fotografie. Lo troverà, tra l’altro, fermo dentro uno schermo di un cellulare, tra immagini che il tempo non potrà più aggiornare, parole consegnate ai social e sorrisi diventati improvvisamente dolorosi.
Forse qualcuno le racconterà chi era la madre. Forse proverà a spiegarle ciò che, ancora oggi, nessuno riesce davvero ancora a comprendere.
Scorrendo il suo canale social, il passato sembra trasformarsi in una successione di porte socchiuse. Qualche mese fa P. aveva scelto come immagine del profilo una fotografia che la ritraeva insieme alla madre. Nei commenti si percepiva il peso di un lutto recente: la donna era morta verosimilmente da poco. Quello scatto era diventato un abbraccio sottratto al tempo, il tentativo di trattenere almeno un’immagine quando la vita aveva già portato via tutto il resto.
Poi, scrollando, un’altra fotografia, un altro cambio dell’immagine sempre del profilo. Due anni prima. P. appare tra i grattacieli, circondata da edifici protesi verso il cielo. Accanto allo scatto, una frase: «Non aspettare il destino… raggiungi una destinazione».
Parole che oggi feriscono. Non perché contenessero necessariamente un presagio, ma perché dopo una tragedia come quella capitata ieri ogni frase sembra riempirsi di significati nuovi. È umano tornare indietro e cercare un segnale, una crepa, una richiesta d’aiuto rimasta nascosta. Eppure nessuna fotografia può raccontare interamente il buio che può attraversare una persona. Nessun post può spiegare ciò che accade nel punto più fragile e segreto dell’anima. Di ognuno di noi.
Le ultime due immagini (pubbliche e visibili) scelte da P. sembrano ora riflettere due estremi della sua esistenza: da una parte piu recente la madre perduta, dall’altra una destinazione da raggiungere.
In mezzo, una giovane donna diventata mamma da poche settimane. Una nuova vita stretta tra le braccia mentre, forse, dentro di lei qualcosa continuava silenziosamente già a crollare.
Ieri P. si è tolta la vita gettandosi da un ponte. Dietro di lei è rimasta un bambino piccolissimo e una famiglia davanti a un vuoto che non ha parole, perché esistono dolori che il linguaggio non riesce a contenere.
Ma sarebbe ingiusto trasformare quelle immagini in indizi o la sua morte in una storia dal finale già scritto. Qualcosa purtroppo ho già letto da parte di esimi colleghi. Invece no.
La sofferenza non sempre si mostra. A volte si nasconde dietro un sorriso, una maternità appena iniziata, una frase motivazionale o una fotografia scattata sotto un cielo luminoso. Può vivere accanto alla speranza e consumarla in silenzio, senza che chi sta intorno riesca a riconoscerla.
A chi come noi non la conosceva spetta il silenzio e resteranno due immagini: un abbraccio rivolto al passato e uno sguardo perso tra i grattacieli. Ma soprattutto resterà una vita interrotta proprio mentre un’altra era appena cominciata.

LEAVE A REPLY