Leo Pugliese – Se cโ€™รจ unโ€™immagine che il calcio ci ha insegnato ad amare sin da piccoli, subito dopo una rovesciata, eโ€™ quella di un pallone che scende dal cielo, un attaccante che ne segue la traiettoria e un portiere che corre incontro al allโ€™azione. Per un istante il mondo si restringe: esistono soltanto quella sfera, quei due uomini e una porta da difendere o da raggiungere.รˆ successo anche a Jesus de mighuel. Aveva trentโ€™anni. Correva, respirava, inseguiva un gol. Era un atleta, un uomo nel pieno della vita, uno di quei ragazzi che osserviamo in campo alla domenica e quasi con invidia: giovani, forti, allenati, apparentemente invincibili. Li vediamo scattare, cadere e rialzarsi. Li vediamo con le maglie delle nostre squadre del cuore affrontare contrasti durissimi, stringere i denti e ripartire. Il calcio รจ anche questo: una continua dimostrazione di energia, resistenza, vitalitร .Poi, allโ€™improvviso, la vita presenta il conto. E lo fa quando nessuno รจ pronto a pagarlo. โ€œSpezzati dal dolore, con un nodo alla gola e senza poterci ancora credere, comunichiamo la tragica scomparsaโ€.Sono le parole con cui il tenerife ha annunciato la morte del suo calciatore. Ma quel nodo alla gola non appartiene soltanto ai compagni, alla societร  e ai tifosi di quella squadra. Appartiene a chiunque abbia mai dato due calci ad un supersantos e riesca a fermarsi un momento e a immaginare ciรฒ che รจ accaduto: una partita, un pallone alto, una corsa verso la porta. Poi lo scontro, il corpo a terra, i soccorsi, la speranza. Infine il silenzio.Era il recupero di una partita terminata senza finire davvero. Il risultato era fermo sul 2-2. Jesus de nighuel aveva lo sguardo rivolto verso lโ€™alto: aspettava il pallone, ne calcolava la traiettoria, voleva farlo suo. Forse aveva giร  immaginato il controllo, il tiro, il boato del pubblico. Forse, per una frazione di secondo, aveva visto il gol prima ancora di segnarlo.Un attaccante vive per momenti come quello. Non poteva sapere che stava guardando il suo ultimo pallone. Non poteva immaginare che quellโ€™azione, cosรฌ normale e cosรฌ familiare, non avrebbe avuto un seguito. Che non ci sarebbe stata una nuova corsa, unโ€™altra partita, un ritorno negli spogliatoi. Non poteva sapere che, mentre i suoi occhi cercavano nel cielo la palla da trasformare in unโ€™occasione, la vita stava giร  cambiando per sempre direzione.Il portiere della squadra avveraria , Owono, usciva per anticiparlo. Faceva il proprio mestiere, esattamente come Miguel stava facendo il suo. Non cโ€™era cattiveria. Non cโ€™era volontร  di ferire. Non cโ€™era un colpevole. Soltanto due atleti lanciati verso lo stesso pallone, dentro una dinamica che nel calcio si ripete decine di volte.Quasi sempre, dopo lo scontro, uno dei due resta a terra. Arrivano i sanitari, il pubblico trattiene il respiro, poi il giocatore riapre gli occhi. Si rialza. Gli spalti applaudono. La partita ricomincia.Questa volta Jess non si รจ rialzato. E non si รจ piรน rialzata neppure la partita.Il calcio รจ bello perchรฉ somiglia alla vita, ma normalmente ci permette di dimenticarne la fine. Ha un tempo stabilito, un arbitro, regole precise. Quando si perde, esiste sempre una partita successiva. Quando il risultato sembra scritto, puรฒ arrivare un gol al novantottesimo minuto, in zona cesarini, e cambiare tutto.Sul campo crediamo nel recupero. Nella vita, invece, non sempre viene concesso.Il calcio ci illude dolcemente che il tempo possa essere governato: novanta minuti, piรน recupero. Ma fuori dal tabellone non sappiamo quanti minuti ci restino. Non conosciamo il momento del fischio finale. Continuiamo a correre, a programmare, a rimandare parole e abbracci, persuasi che avremo unโ€™altra occasione.Seneca scriveva: โ€œNon abbiamo poco tempo: ne perdiamo molto.โ€ In questa tragedia non deve esserci spazio per lโ€™odio. Owono non รจ un assassino come sta sto leggendo sui sui social: รจ un altro calciatore travolto dallo stesso istante. รˆ lโ€™uomo rimasto in piedi fisicamente, ma forse caduto dentro. รˆ colui che dovrร  convivere con unโ€™immagine che non ha cercato e con una responsabilitร  che non gli appartiene.Cercare un colpevole significa spesso ribellarsi allโ€™idea piรน terribile: certe tragedie accadono senza che nessuno le voglia. Ma in campo ci si scontra. Si salta, si cade, si arriva insieme sul pallone. Owono voleva difendere la porta; De Miguel voleva raggiungerla. Entrambi stavano giocando. Entrambi stavano facendo qualcosa di normale. In quellโ€™azione non cโ€™erano un carnefice e una vittima, ma due giovani uomini finiti nello stesso, assurdo punto del destino.Uno ha perso la vita. Lโ€™altro dovrร  imparare a continuare la propria portandone il peso. POteva anche accadere al contrario. Forse ciรฒ che commuove di piรน รจ proprio quello sguardo rivolto al cielo. Jesรบs non stava pensando alla morte. Stava pensando al pallone. Non stava salutando la vita: le stava correndo incontro. Voleva conquistare quella sfera, superare il portiere, segnare. In quel gesto cโ€™erano la passione di un uomo e il sogno antico di un bambino: arrivare prima degli altri e mandare il pallone in rete.Chissร  quante volte, da piccolo, aveva ripetuto lo stesso movimento. Chissร  quante volte aveva alzato gli occhi, controllato la traiettoria e immaginato la porta. Il calcio era stato il suo gioco, il suo mestiere, forse il linguaggio con cui aveva scelto di raccontarsi al mondo.Mai avrebbe potuto immaginare che proprio lรฌ, nel luogo in cui si sentiva piรน vivo, la vita gli sarebbe sfuggita.Eppure il calcio resterร  bello. I ragazzi torneranno a correre. I palloni continueranno a salire verso il cielo e gli attaccanti continueranno a inseguirli. รˆ giusto cosรฌ, perchรฉ vivere significa anche avere il coraggio di tornare in campo dopo aver conosciuto il dolore.Di Jesus de Miguel resteranno lโ€™immagine di un giovane uomo con lo sguardo rivolto verso lโ€™alto, mentre aspetta un pallone che voleva fare suo. Un istante sospeso tra terra e cielo, tra il desiderio di un gol e il mistero della fine.Noi continueremo a chiederci perchรฉ. Lui, per chi ama il calcio, nella nostra memoria, continuerร  a correre. Sempre verso quel pallone. Sempre verso la porta. Sempre un istante prima che il calcio smettesse di essere un gioco e la vita mostrasse, ancora una volta, tutta la sua meravigliosa e spietata fragilitร .

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