Leo Pugliese – Mettiamo in fila i numeri. Ci sono stati circa duemila fermi in Francia e oltre seicento agenti feriti. Millecinquecento negozi sono stati colpiti, con danni per centinaia di milioni di euro. A Milano le persone fermate sono centosessanta. Ci sono vetrine sfondate, sassi e bombe carta lanciati contro le forze dell’ordine, serrande abbassate nel quadrilatero della moda, prenotazioni di alberghi e ristoranti cancellate. A Parigi, Lione e Lille è scattato un coprifuoco “mirato”, e il governo non esclude lo stato d’emergenza. Un ciclo di protesta nato contro il carovita, e in Italia anche contro la guerra e il riarmo, si è trasformato in pochi giorni in una delle crisi di ordine pubblico più gravi degli ultimi anni nell’Europa occidentale.Fermarsi qui, però, significherebbe, anche giornalisticamente, guardare solo la superficie e non capire che questi fenomeni nascono dallo stesso terreno, cioè dalla sensazione diffusa che il futuro sia stato tolto prima ancora di essere vissuto.Chi sono questi ragazzi? Il dato più inquietante è l’età. Nelle piazze, e anche negli scontri, compaiono tredicenni e quattordicenni. È il segno di un cambiamento antropologico profondo. Oggi l’adolescenza inizia prima e finisce molto più tardi. Questi ragazzi arrivano presto alle esperienze, alle immagini, ai consumi e ai linguaggi che un tempo appartenevano ai diciottenni. Non hanno però gli strumenti emotivi, l’esperienza e la capacità di giudizio necessari per gestirli. Sono adulti precoci nell’accesso al mondo e adolescenti prolungati nella dipendenza da esso.È una generazione cresciuta con lo schermo come principale ambiente di socializzazione. Lì la visibilità conta più dell’azione, e il gesto spettacolare, filmato e condiviso, diventa una moneta sociale. La scena del saccheggio va letta anche così. Prendere d’assalto un ipermercato o un negozio di articoli sportivi non è solo un furto. È un’appropriazione simbolica, rabbiosa e predatoria, dei beni di una società dei consumi che a questi giovani promette tutto e garantisce sempre meno. Svuotare la merce e riprendersi con lo smartphone mentre lo si fa racconta una partecipazione alla società dei consumi possibile solo nella forma della trasgressione.L’antropologia culturale ci ricorda che ogni società ha bisogno di riti di passaggio, momenti codificati in cui il giovane attraversa una soglia e viene riconosciuto come membro adulto della comunità. Il lavoro, la casa, l’autonomia economica e la formazione di una famiglia hanno svolto questo ruolo per decenni. Oggi quelle soglie si sono allontanate fino a diventare quasi irraggiungibili. Lo studio costa, l’affitto è proibitivo, il primo lavoro è precario e la scuola è da anni il capitolo di spesa più facile da tagliare. Una generazione sospesa in una lunga fase di attesa, senza che quella sospensione porti da qualche parte, finisce per inventarsi i propri riti. Talvolta sono riti di distruzione.Due sentimenti dominano questo paesaggio interiore. Il primo è la noia. Non quella creativa dell’ozio, ma la noia di chi è sommerso di stimoli e non trova nulla che dia senso. Il secondo, più profondo, è la frustrazione: la consapevolezza che l’ascensore sociale si è fermato e che le promesse fatte ai propri genitori non valgono più per loro. Quando l’orizzonte scompare, il presente diventa l’unico tempo disponibile. Un presente vissuto senza progetto tende a consumarsi nell’eccesso.Arriviamo così al punto meno comodo. La domanda non riguarda solo che cosa abbiano fatto questi ragazzi. Riguarda anche che cosa abbiamo fatto noi.La prima responsabilità è collettiva e generazionale. Le generazioni oggi al potere hanno ricevuto in eredità crescita, welfare, case accessibili e istruzione pubblica di qualità. Lasciano un debito pubblico pesante, una scuola impoverita, un mercato immobiliare escluso alle nuove generazioni e una crisi climatica da gestire. Non è un atto d’accusa ideologico, ma un bilancio. La seconda responsabilità è familiare, ed è quella che più spesso si preferisce non nominare. Se un tredicenne è in strada alle undici di sera con il volto coperto, da qualche parte c’è un adulto che non sapeva o che ha preferito non sapere. Negli ultimi decenni si è affermato un modello di genitorialità che ha scambiato l’autorevolezza per autoritarismo e ha rinunciato a entrambe. È il genitore-amico, che evita il conflitto per paura di perdere l’affetto del figlio. È il genitore-assente, che delega l’educazione allo schermo, alla scuola o all’allenatore. È il genitore-avvocato, pronto a difendere il figlio da ogni insegnante e da ogni conseguenza. In tutti questi casi manca la stessa cosa: un adulto capace di dire di no, di porre un limite e di sopportare la rabbia che quel limite provoca.Educare significa anche frustrare, nel senso nobile del termine. Significa insegnare che il desiderio non coincide con il diritto, che la rabbia può essere detta senza essere agita e che il conflitto si attraversa senza distruggere. Una generazione a cui nessuno ha mai opposto un limite finisce per cercarlo altrove, spesso contro uno scudo antisommossa.C’è poi una terza responsabilità, più sottile: quella dell’esempio. Il mondo adulto ha mostrato ai giovani una politica urlata, la scorciatoia premiata, il consumo come misura del successo e la visibilità come misura del valore. Non può stupirsi se i figli hanno imparato la lezione nella sua forma più brutale.Serve un patto tra generazioni che oggi non esiste. Vuol dire investire nella scuola come si investe in un’infrastruttura strategica, restituire accesso alla casa e allo studio, e ricostruire percorsi credibili verso l’autonomia. Serve anche che i genitori tornino a esercitare un ruolo che hanno troppo spesso abbandonato: essere presenti, e non solo disponibili; essere guide, e non soltanto spettatori o complici.Questi ragazzi non chiedono di essere assolti. In modo confuso, talvolta inaccettabile, chiedono di essere visti e di avere un futuro in cui poter credere. Se gli adulti non sapranno offrirlo, le piazze non saranno un’eccezione, ma il primo capitolo di una lunga stagione



















