Leo Pugliese – “Un Papa è in buona salute fino al giorno in cui muore”. Così si diceva un tempo negli ambienti della Curia, dove la riservatezza sulle condizioni del Pontefice non era soltanto una consuetudine, ma quasi una regola non scritta.

C’era una precisa idea del pontificato: il Papa non doveva ammalarsi, o almeno non davanti al mondo. Il suo corpo poteva cedere, ma lontano dagli occhi dei fedeli; il dolore doveva rimanere nascosto dietro le tende del palazzo apostolico, come se confessarlo significasse indebolire la Chiesa. Un Papa doveva apparire “perfetto”.

Pio XII ad esempio non voleva neanche che lo si vedesse mentre mangiava. E dunque aveva come compagnia solo un paio di suore e alcuni cardellini che gli svolazzavano intorno. E si conobbe solo molto dopo che soffriva per un doloroso morbo allo stomaco.

Quando morì la sua agonia veniva violata dall’obiettivo di una macchina fotografica. Il segreto, anziché proteggere la dignità del pontefice, finì per consegnarla alla curiosità più morbosa.

Giovanni XXIII affrontò il tumore quasi nel silenzio, mentre soltanto negli ultimi giorni il mondo comprese che il Papa buono stava morendo.

Paolo VI fu operato all’interno del Palazzo apostolico, come se una corsia d’ospedale fosse incompatibile con la maestà del vicario di Cristo.

La morte improvvisa di Giovanni Paolo I mostrò poi il prezzo più oscuro dell’opacità. Le imprecisioni, le reticenze e le piccole menzogne delle prime comunicazioni alimentarono sospetti destinati a sopravvivere ai fatti.

La svolta arrivò con Giovanni Paolo II. L’attentato del  1981 infranse definitivamente il tabù. Karol Wojtyla non poteva essere curato nel segreto dei palazzi: doveva essere trasportato d’urgenza al Gemelli, affidato ai chirurghi, esposto alla stessa precarietà di ogni altro uomo sospeso tra la vita e la morte.

Da quel momento l’ospedale (che Wojtyla defini’ Vaticano Terzo ) entrò nella geografia spirituale del pontificato. Non più luogo estraneo alla sacralità, ma spazio nel quale quella sacralità assumeva un volto nuovo: quello della debolezza.

Il Parkinson di Wojtyla, a lungo non nominato, finì per parlare più di molti discorsi. Il tremore, il passo incerto, la voce spezzata e il volto irrigidito mostrarono un uomo che non governava più il proprio corpo, ma continuava a offrire la propria presenza. Fu un’immagine potente, persino terribile. Per alcuni rappresentò una testimonianza evangelica; per altri divenne il rischio di trasformare il dolore in spettacolo. Ma da allora fu impossibile tornare completamente indietro.

Benedetto XVI scelse una strada diversa. Non espose una lunga agonia: riconobbe il venir meno delle forze e rinunciò al ministero petrino. Anche quella decisione fu una confessione della fragilità umana. Ratzinger ricordò alla Chiesa che il Papa non è il padrone del tempo né il prigioniero del proprio ruolo. Il pontificato è un servizio, non una divinizzazione. E quando le forze non bastano più, anche lasciare può diventare un atto di fede.

Francesco ha proseguito questo cammino parlando dei propri ricoveri, delle operazioni e delle difficoltà. Ha lasciato che il mondo lo vedesse affaticato, seduto, talvolta incapace di camminare. Il suo corpo segnato non è rimasto nascosto. È diventato parte del suo messaggio sulle periferie, sulla dipendenza dagli altri, sulla dignità di chi non è efficiente né invulnerabile.

Il Papa può ammalarsi. Può tremare, essere operato, entrare in ospedale. Può perdere la voce e avere bisogno che qualcuno lo sollevi. Può perfino non riuscire più a governare. Nulla di tutto questo smentisce il suo ministero. Al contrario, lo riconduce alla sua origine più autentica.

Leone XIV ha scelto di non nascondersi. Ha pronunciato la parola della fragilità davanti al mondo e ha chiesto preghiere. In quel momento non è apparso meno Papa. È apparso, forse, ancora più vicino alla missione affidatagli.

Per qualche ora il governo della Chiesa passerà attraverso il silenzio di una sala operatoria. E forse proprio lì, lontano dalle cerimonie e dai discorsi, apparirà con maggiore evidenza il mistero cristiano: la forza non consiste nel non essere mai deboli, ma nel non restare soli quando arriva la debolezza.

Un Papa “sta bene finché non muore”. E dunque, un Papa vive, si ammala e muore come ogni uomo. Ed è proprio in questa comune fragilità, non nella sua negazione,  che il successore di Pietro può indicare ancora una volta la croce e, oltre la croce, la speranza della risurrezione.

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