Leo Pugliese – In questi tre giorni, ovvero da quando Papa Leone XIV ha detto chiaramente di avere un nodulo polmonare ( tumore ndr), sui social, in tv e in radio si sono alternati tra gli altri anche certi commentatori da 4 soldi che non aspettavano altro: una sirena, un bollettino medico, un’ambulanza davanti al Gemelli.

Hanno affilato la tastiera come un coltello da cucina e si sono lanciati  nel sermone più facile del mondo: “Al Papa la diagnosi in un lampo, l’operazione in un amen. A noi mesi di attesa, e intanto si muore. Bla bla bla.”

È la retorica del rancore, con la precisione di un fucile caricato a coriandoli. Fa tanto rumore e non colpisce niente.

Partiamo dall’ovvio, che a quanto pare ovvio non è. Un uomo di 71 anni ha un tumore al polmone. Ieri in un delicato intervento gli tolgono un lobo intero. È un intervento serio, con un recupero lungo e una prognosi che dipenderà dall’esame istologico definitivo, dallo stato dei linfonodi e dalle caratteristiche molecolari del tumore. Non è un trattamento di bellezza in una clinica svizzera, è chirurgia oncologica toracica. Eppure c’è chi ci vede solo un salto della fila, come se l’adenocarcinoma fosse un biglietto d’oro e la sala operatoria un parco giochi riservato ai VIP.

Poi c’è la seconda perla di questi scienziati  quella che fa più male perché sembra quasi vera: “Lui guarisce perché l’hanno preso in tempo, gli altri muoiono in lista d’attesa.” Qui la demagogia indossa il camice per sembrare credibile. Nessun medico serio parla di guarigione garantita il giorno dopo l’intervento. La diagnosi precoce migliora le probabilità, ma non firma contratti col destino

E adesso la parte scomoda, quella che i professionisti dell’indignazione preferiscono saltare. Le liste d’attesa esistono, e sono uno scandalo. Ci sono persone che aspettano mesi per una TAC, famiglie che si svenano nel privato perché il pubblico ha l’agenda piena fino all’anno prossimo, territori dove la sanità è un miraggio. È una ferita aperta. Proprio per questo merita di meglio di un post rabbioso scritto tra un caffè e l’altro bevuto al circolo della banalità.

Chi usa il polmone del Papa come clava contro il sistema sanitario sbaglia bersaglio. Il problema non è che un uomo malato sia stato curato in fretta. È così che dovrebbe funzionare, per lui e per chiunque. Il problema è che quella rapidità non è garantita a tutti. Prendersela con il paziente invece che con chi ha svuotato i reparti, tagliato i posti letto e lasciato i medici a fare turni da galeotti è come prendersela col naufrago tratto in salvo perché le scialuppe non bastano per tutti.

È la logica del pollaio: se io non ho il grano, nessuno deve averlo. Non chiede di alzare tutti, chiede di abbassare qualcuno. Non pretende la cura per il cittadino, si accontenta di invidiarla al Pontefice. È un’indignazione a costo zero, che non porta un ecografo in più in nessun ospedale né accorcia di un giorno l’attesa per una broncoscopia. Fa solo sentire virtuoso chi la pratica.

Se davvero vi stanno a cuore le liste d’attesa, e dovrebbero, prendetevela con gli assessori regionali, con i bilanci, con le promesse elettorali dimenticate in un cassetto. Chiedete i dati, i tempi, i nomi dei responsabili. Pretendete per tutti quello che oggi rimproverate al Papa di aver avuto. Lasciate stare il malato. Dietro la talare bianca c’è un uomo con un pezzo di polmone in meno e un percorso ancora incerto davanti. Chi lo trasforma in un simbolo da prendere a sassate non sta difendendo i pazienti comuni. Li sta usando anche lui

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