Leo Pugliese – La croce si è staccata dalla parete senza alcun avvertimento. Per anni era rimasta lì, sospesa sopra l’altare, come le tantissime che vediamo ed ammiriamo anche nelle nostre chiese, testimone silenziosa di battesimi e funerali, matrimoni e confessioni, lacrime asciugate in segreto e preghiere pronunciate sottovoce. Ieri, però, quella grande croce di legno è precipitata. Sotto di essa c’era padre Patricio Alfredo Sánchez Molinari.
Stava celebrando la Messa.
È accaduto nella chiesa di Nuestra Señora del Perpetuo Socorro, a Guayaquil. In Ecquador. Davanti all’altare c’erano i suoi fedeli. Altri seguivano la celebrazione attraverso una diretta: persone anziane, malati, emigrati, famiglie lontane. Tutti riuniti attorno alla voce del loro parroco. Nessuno poteva immaginare che quella voce si sarebbe spenta pochi minuti dopo.
In un istante la preghiera si è trasformata in un grido. I fedeli sono corsi verso l’altare. Qualcuno ha invocato aiuto, altri hanno cercato disperatamente di soccorrerlo. Davanti agli schermi, decine di persone sono rimaste immobili, condannate a guardare senza poter fare nulla. La distanza, in quel momento, deve essere sembrata ancora più crudele.
Sant’Agostino, nella Città di Dio, scrisse:
«Non si deve considerare cattiva una morte che sia stata preceduta da una vita buona».
Non significa che esistano morti belle. Non significa che il dolore debba essere nascosto dietro parole devote. E non significa che la morte di padre Patricio sia meno assurda, meno terribile o meno ingiusta soltanto perché avvenuta dentro una chiesa.
Significa, piuttosto, che l’ultimo istante non può cancellare tutto ciò che lo ha preceduto. Una morte tragica non rende tragica un’intera esistenza. E la vita di un uomo non coincide con il modo in cui il suo cuore smette di battere.
Padre Patricio non è soltanto il sacerdote sul quale è caduta una croce.
È stato l’uomo che l’ha annunciata per tutta la vita.
Una croce non soltanto appesa a una parete, ma incontrata nei volti dei poveri, nelle stanze degli ospedali, nelle famiglie divise, nella solitudine degli anziani, nella disperazione di chi entrava in chiesa senza sapere più dove cercare un po’ di luce.
Aveva scelto di restare accanto a quella sofferenza.
Ed è forse questo il significato più autentico della vocazione sacerdotale: non spiegare il dolore dall’alto, ma attraversarlo insieme agli altri. Non avere sempre una risposta, ma essere presenti quando tutte le risposte sembrano inutili.
Allo stesso tempo è impossibile ignorare la potenza drammatica dell’immagine: un sacerdote colpito dalla croce mentre celebra la Messa.
Eppure bisogna avere il coraggio di non trasformare questa coincidenza terribile in una favola religiosa o in un messaggio celeste. La croce caduta era un oggetto materiale. Le ragioni del distacco dovranno essere accertate. Non era la mano di Dio, non era una punizione e non era necessariamente un segno.
La fede non ha bisogno di appropriarsi di una tragedia per dimostrare qualcosa.
La fede autentica non cancella lo scandalo della morte. Non impedisce di gridare. Non obbliga una comunità ferita a trovare immediatamente un significato.
La fede resta lì. Resta quando le parole finiscono. Resta anche quando l’altare diventa il luogo di un addio.
Dopo la morte di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI pronunciò parole che oggi sembrano poter accompagnare anche l’ultimo viaggio di padre Patricio:
«Chi crede non è mai solo: non lo è nella vita e neanche nella morte».
Padre Patricio non era solo quando celebrava davanti alla sua comunità. Non era solo quando la croce è caduta. Non era solo mentre i fedeli correvano verso di lui.
Il paradosso è anche sul tempo. E’ morto ieri 17 ottobre 2026, appena un giorno dopo l’anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Il giorno prima aveva ricordato il proprio “sì”; il giorno dopo quel ministero si è concluso davanti all’altare. Un’intera vita sacerdotale sembra così racchiusa tra due date vicinissime: la memoria della chiamata e l’ora dell’ultimo congedo.
Il dolore possiede una memoria ostinata. Conserva i suoni, i gesti, perfino la luce di una stanza. Ma con il tempo, accanto all’orrore di quell’ultimo momento, torneranno anche altri ricordi: una benedizione ricevuta, una confessione, una visita durante una malattia, una frase detta sottovoce, una mano posata sulla spalla.
C’è un’immagine particolarmente cara ai Redentoristi: l’icona della Madonna del Perpetuo Soccorso, alla quale era dedicata la chiesa di padre Patricio.
Maria tiene tra le braccia Gesù Bambino. Il piccolo guarda gli angeli che gli mostrano gli strumenti della Passione. È impaurito. Nel movimento gli scivola un sandalo, mentre le sue mani cercano quelle della Madre.
Anche Dio, in quell’icona, ha paura della croce.
È forse questo il particolare più umano e commovente: il cristianesimo non insegna a non avere paura. Insegna che, nella paura, esiste una mano alla quale aggrapparsi.
Giovanni Paolo II ricordava: «La morte non è l’ultima parola».
Non è una frase capace di cancellare le lacrime. Non restituisce padre Patricio alla sua comunità. Non riempie il posto rimasto vuoto all’altare.
Ma impedisce alla disperazione di proclamarsi vincitrice.
Nelle pagine finali del Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos, un giovane sacerdote sta morendo. La sua vita sembra consumata dalla malattia, dalla solitudine e dalla sensazione di avere fallito. Eppure, prima di spegnersi, pronuncia soltanto poche parole:
«Tutto è grazia».
Non perché tutto sia comprensibile. Non perché ogni tragedia sia buona. Non perché il male smetta improvvisamente di essere male.
Ma perché anche quando tutto sembra perduto può rimanere un ultimo spazio nel quale affidarsi.
La Congregazione del Santissimo Redentore, alla quale padre Patricio apparteneva, porta nel proprio motto la promessa alla quale egli aveva consegnato la vita: “copiosa apud eum redemptio”, presso di lui è abbondante la redenzione.
Padre Patricio l’aveva annunciata agli altri. L’aveva ripetuta ai malati. L’aveva sussurrata ai morenti. L’aveva proclamata davanti alle bare.
Ora quella speranza è diventata interamente sua.
Ma se davvero la morte non è l’ultima parola, allora l’ultima immagine non può essere quella di una croce che cade. L’ultima immagine deve essere quella di un uomo che si rialza.
Di un sacerdote che ha terminato la sua Messa sulla terra e che, dall’altra parte del silenzio, viene accolto nella liturgia senza fine. Nella Casa del Padre. Dove nessuna croce potrà più cadere.
E dove nessun figlio sarà perduto per sempre.



















