Sebastiano Cultrera* – L’angoscia della maggioranza si chiama Vannacci. E l’approccio alla crisi attuale è, di conseguenza, quello del “pugno di ferro”, in stile Law and Order. Servirà, forse, a riportare la normalità nelle piazze, nelle strade e nelle autostrade. Ma, senza entrare nel merito dei singoli provvedimenti – alcuni dei quali “stoppati” dal Capo dello Stato – il loro senso si comprende soltanto nella logica di “inseguire” Vannacci sul terreno della demagogia securitaria.
Serve più sicurezza? Certamente. Soprattutto nei quartieri popolari, dove vivono le persone più fragili, le più esposte alla delinquenza comune, di criminali immigrati come italiani. Ma questi decreti periodici – siamo al terzo o quarto “decreto sicurezza” – ricordano, per efficacia, le grida manzoniane: cioè nessuna.
Il quadro, insomma, è questo. La sinistra sottovaluta probabilmente il problema della sicurezza, e lo fa soprattutto per un suo limite culturale. La destra lo sopravvaluta, e lo fa per esigenze elettorali: contenere, “ridimensionando” il pericolo, la concorrenza dell’estrema destra. Il grosso della politica italiana, in entrambi i casi, rinuncia a provare a comprendere la crisi attuale, a formularne una prognosi e a individuarne una cura adeguata. Una crisi che non si ferma ai confini nazionali, pur presentando caratteristiche tutte italiane.
Che cosa accomuna, allora, i due segmenti della crisi italiana – i giovani in piazza da una parte, gli autotrasportatori e gli agricoltori che bloccano le strade dall’altra – con la grande crisi europea che attraversa la Francia, la Germania e le principali piazze del continente?
Non, come qualcuno sostiene, la dimostrazione che il capitalismo sia “alla frutta” e che stiamo assistendo ai suoi ultimi giorni. Gli ultimi giorni del capitalismo mondiale li abbiamo sentiti annunciare più volte, almeno nell’ultimo secolo. La verità è un’altra: siamo di fronte a una forte crisi di identità dell’Occidente, dentro la quale lo stesso ruolo dell’Europa fatica a definirsi.
Su questa crisi si innestano, e trovano terreno fertile, suggestioni che arrivano da fuori: idee veicolate con mezzi e con forza da chi ha interesse a destabilizzare l’Europa, a cominciare dalla galassia dei bot russi. Il messaggio è sempre lo stesso. Ogni Stato può farcela da solo, se abbandona la solidarietà del mondo occidentale; ogni cittadino, ogni gruppo sociale può farcela da solo, contro gli altri. Lo Stato nazionale, chiuso nella propria identità e libero da ogni vincolo di relazione internazionale, sarebbe più forte nel difendere i propri cittadini.
È esattamente il contrario. Ma l’illusione ha anche un corollario: una volta mandato all’aria il capitalismo – il mercato, il profitto, il male – lo Stato avrebbe finalmente le risorse per dare i soldi direttamente a tutti. Non accade in nessuna parte del mondo, e l’assunto è semplicemente sbagliato. Eppure queste tensioni esistono e – paradosso solo apparente – uniscono nella stessa battaglia l’estrema destra e l’estrema sinistra.
Le unisce anche un’altra convinzione: che tutto il male venga dai pochi euro spesi, per quanto riguarda l’Italia, nella difesa dell’Ucraina. La guerra è il male, dunque “no ai soldi per la guerra”: cifre in realtà modeste, che coprirebbero una frazione minima della spesa sociale italiana, ma che nel racconto diventano la causa di ogni sacrificio imposto allo stato sociale. Il malinteso, portato porta a porta, si traduce in uno slogan compiuto: basta sprecare soldi con la guerra, basta vincoli e regole sovranazionali, puntiamo tutto sull’Italia, ciascuna nazione in lotta per sé.
Ed è qui che il cerchio si chiude. Una politica che insegue Vannacci sul terreno della sicurezza, o che si limita a negare il problema, non vede che le piazze e le autostrade bloccate parlano d’altro: di una crisi di identità e di fiducia nell’Occidente, alimentata da chi ha tutto l’interesse a indebolirlo. Finché prognosi e cura resteranno fuori dal dibattito, i decreti sicurezza continueranno a somigliare alle grida manzoniane. E chi soffia sul fuoco dall’esterno avrà ottenuto, senza sparare un colpo, la sua vittoria.
*Direttore Editoriale



















