Leo Pugliese – Partiamo da un dato che i nostalgici di professione preferiscono ignorare: alla Festa del Vino di Procida c’era gente. Tanta. C’erano famiglie, ragazzi, anziani, visitatori e isolani, seduti insieme lungo le strade. C’erano B&B pieni, ristoranti al lavoro e bar affollati. E c’era un’isola che, per qualche giorno, si è riconosciuta in una festa collettiva. Qualcuno sui social ci ha visto una resa. Noi ci vediamo una comunità viva.
Per spiegare la differenza serve un passo indietro, e qui sociologia e antropologia aiutano più dell’indignazione.
Chi critica la festa dà per scontato che esista una Procida “vera”, fissata una volta per sempre: quella dei comandanti, dei marittimi, delle mogli che aspettavano ai vefi delle marine. Ogni cambiamento sarebbe un tradimento.
Il sociologo Erik Cohen ha parlato di “autenticità emergente”: le tradizioni non sono reperti chiusi in una teca. Sono pratiche che si rinnovano, si adattano e acquistano nuovi significati quando cambiano le condizioni storiche. Una festa che oggi sembra “turistica” può diventare, tra una generazione, un pezzo autentico della memoria locale. Molte tradizioni che oggi difendiamo come eterne sono nate proprio così.
Lo storico Eric Hobsbawm lo aveva mostrato con la sua “invenzione della tradizione”: ogni comunità costruisce di continuo i propri riti. Non è un difetto, è il modo in cui una società resta in vita invece di diventare il museo di sé stessa.
Ho sentito frasi come “un popolo di comandanti è diventato un popolo di camerieri”. La frase colpisce, ma non regge. Procida non ha smesso di essere un’isola di mare. L’Istituto Nautico Caracciolo, uno dei più antichi d’Italia, continua a formare ufficiali. Le famiglie procidane continuano a mandare figli sulle rotte del mondo. La cultura marinara resta nelle case, nei cognomi, nei racconti, nel modo stesso di guardare l’orizzonte.
Il turismo non ha preso il posto del mare. Si è affiancato. E l’accoglienza, d’altra parte, non è estranea al codice culturale di chi va per mare: i porti sono da sempre luoghi di scambio, di ospitalità e di incontro tra estranei. Un popolo abituato a partire sa anche ricevere chi arriva.
Contrapporre il “comandante” al “cameriere” rivela poi un pregiudizio di classe: l’idea che servire valga meno che comandare. Le comunità reali non funzionano per caste. Funzionano mescolando competenze, mestieri e redditi diversi. Oggi una famiglia procidana può avere un figlio in plancia su una petroliera e una figlia che gestisce un B&B. Non c’è decadenza in questo. C’è un’economia che si è diversificata e quindi è diventata più solida.
Liquidare la festa come “mangiatoria” ( sentito con le mie orecchie ) vuol dire ignorare decenni di studi antropologici. Per Claude Lévi-Strauss il cibo è un linguaggio: attraverso ciò che si cucina e si condivide, una società racconta sé stessa. Il vino, nel Mediterraneo, non è mai stato solo una bevanda. È rito, socialità, confine e ponte tra le persone. E anche Procida ha una storia contadina fatta di orti, vigne e limoneti, accanto a quella marinara. La festa non la inventa: la rimette al centro.
Victor Turner chiamava communitas quei momenti in cui le gerarchie si sciolgono e una collettività si ritrova alla pari, nello spazio condiviso della festa. Bakhtin vedeva nella piazza festosa uno dei luoghi più vitali della cultura popolare. Quello che a qualcuno è sembrato solo un “abbeveraggio” è, a guardarlo meglio, una delle forme più antiche con cui le comunità si tengono insieme.
L’antropologo calabrese Vito Teti ha coniato una parola preziosa: restanza. Non vuol dire restare fermi. Vuol dire rimanere in un luogo e reinventarlo, senza lasciarlo spopolare. Molte isole e molti borghi del Sud stanno morendo. Le case chiudono, i giovani se ne vanno, le scuole si svuotano. Una festa che porta lavoro, reddito e vita è anche una risposta concreta allo spopolamento. È il motivo per cui un ragazzo procidano può scegliere di non partire, o di partire sapendo che avrà un posto dove tornare.
Zygmunt Bauman ci ha insegnato che viviamo in una modernità “liquida”, dove le identità rigide si incrinano. Le comunità che sopravvivono non sono quelle che alzano muri contro il cambiamento. Sono quelle che riescono a dargli forma. Procida, Capitale Italiana della Cultura nel 2022, sembra averlo capito: la cultura non è solo conservare, è anche saper ospitare il presente.
Nessuno sostiene che il turismo vada lasciato senza regole. Una crescita senza misura, certo, sarebbe un rischio vero. Ma la risposta non è il rimpianto. È l’equilibrio. Il mare e la festa, il nautico e la cantina, la memoria dei comandanti e il lavoro di chi accoglie possono stare insieme. Anzi, devono. La coesistenza non è un compromesso al ribasso. È la forma più matura con cui una comunità attraversa il tempo.
L’isola di Arturo, nelle pagine di Elsa Morante, era un luogo da cui si sognava di partire. Oggi Procida è anche un luogo dove si arriva. Non ha perso la rotta: ne ha aggiunta una.
E stavolta, sì, si può brindare




















