Gino Finelli – Guardare la propria terra con occhi nuovi, come un amante vede per la prima volta gli occhi di Lei, la donna amata. E come Saffo dice: “…. La lingua si spezza, un fuoco sottile corre sotto la pelle, gli occhi si spengono e rombano le orecchie…”

Così con questo sentimento di amore profondo, quel sentimento tante volte sbandierato nell’affermazione: “Procidani si nasce”, si deve progettare il futuro per la propria terra. E il primo passo lo deve compiere la gente di Procida, che deve imparare a smettere di fare polemica inutile per salvaguardare sempre e solo un suo interesse. Procida nel cuore di tutti, anche di quelli che l’hanno ferita, deve essere innanzitutto un atto di amore, quello che da sempre consente di sacrificare il proprio personale, di comprendere che la rinuncia a un tornaconto rappresenta il bene collettivo, che il rispetto del territorio e la salvaguardia della sua bellezza sono gli elementi per conservarla e lasciare intatta.

E il popolo di questa terra deve capire che essere figli dell’Isola significa proprio questo, immaginare un percorso di rivitalizzazione, di recupero e salvaguardia del verde rimasto, di compromesso tra il rumoroso, inquinante e insostenibile traffico veicolare e la necessità di mobilità, di salvaguardia della salute minacciata costantemente dall’inquinamento dell’aria.

Ed allora cosa c’è di sbagliato nella verifica dell’aria, o nella necessità di contenere il più possibile gli sbarchi e la circolazione sul territorio dei veicoli?  E cosa c’è di sbagliato nel tentare, nei periodi di maggiore afflusso turistico, di ridurre la circolazione e le polveri sottili?

Anzi andrebbe fatto molto di più, andrebbero proibiti gli sbarchi di quei camion di enormi dimensioni che transitano per le strade, anche scortati dalla polizia urbana, che oltre che essere ampiamente sproporzionati per le piccole strade dell’Isola, sono fortemente inquinanti. Andrebbero rivisti i parcheggi, come ad esempio quello su via Libertà che oramai è occupato da veicoli in sosta permanente, con una spesa minima mensile e con il trucco che, quando occorre l’auto grande, la si sostituisce con un’altra di più piccole dimensioni che si riesce a tenere presso la propria abitazione. Ad esempio in questo caso viene meno l’utilità di quel parcheggio che dovrebbe essere tariffato ad ora e dunque per sosta breve. Sarebbe da rimodulare la raccolta dell’immondizia che di certo non si può più immaginare di farla di giorno e ciò non solo per il disagio che arreca, ma soprattutto per l’inquinamento determinato dai veicoli utilizzati. Andrebbero determinate aree pedonali, anche a tempo, così come rivisto l’intero sistema di trasporto urbano.

Una rimodulazione di tutta la circolazione veicolare sul territorio con limitazioni senza deroghe, ad eccezione di quelle per la utilità pubblica, in un’Isola di 4 km quadrati, non è impossibile da realizzare con un progetto di mobilità condiviso. Certo interessa l’intera popolazione che, come sempre, anteporrà alla salvaguardia del territorio e della salute l’interesse personale, ma è proprio questo il valore della cultura e cioè la capacità di riuscire a modificare, attraverso la conoscenza, il pensiero e il comportamento. E’ attraverso la coesione e la valorizzazione delle risorse, senza pregiudizi, senza discriminazioni di credo politico o peggio di simpatie personali, che si superano le difficoltà e si apre una strada ad un rinnovamento.

A che serve essere Capitale della Cultura se non si è in grado di coinvolgere la collettività e costruire un nuovo percorso formativo soprattutto tra i giovani?

Le polemiche alimentano solo tensioni e creano danni e tutte le parti coinvolte, a diversa ragione nel processo di ripresa del territorio, dovrebbero comprendere che è tempo di sanare antichi conflitti e inutili contrapposizioni. C’è solo il bene comune come riferimento e solo per quello bisogna che si lavori nel rispetto dei ruoli, ma anche nel tentativo, che non può e non deve fallire, di integrazione e coinvolgimento di tutte le parti.

Appare invece oggi evidente, che si è sempre più sulla strada del differenziamento tra le parti, nelle scelte, nella organizzazione necessaria del territorio, nella comunicazione, ma mi spingo oltre, anche nel linguaggio. L’esempio eclatante è stato il volume su Procida distribuito con il giornale la Repubblica che rappresenta ahimè soltanto una delle tante e significative decisioni che non coinvolgono la popolazione e non hanno presa sul territorio.

Se così si continuerà, la delusione sarà totale e verrà meno lo scopo del progetto e il senso stesso del valore della cultura. Vorrà dire che non solo non si è dato seguito al significato della nomina, ma che volutamente, o addirittura in malafede, si è articolato il tutto non dando alcun senso e alcun significato al valore che la cultura deve avere e deve significare. E allora diventerebbe doveroso chiedersi se queste persone, che rappresentano Procida Capitale, hanno davvero compreso il valore e il significato del termine cultura.  E’, a mio avviso, indispensabile ed utile ricordare la definizione in senso antropologico della parola cultura: “Complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo o alle condizioni ambientali. Processo di sedimentazione dell’insieme patrimoniale delle esperienze condivise da ciascuno dei membri delle relative società di appartenenza, dei codici comportamentali condivisi, del senso etico del fine collettivo, e di una visione identitaria storicamente determinata come espressione ecosistemica”.

Tutti i valori e significati sono rappresentati e descritti   e ad essi si deve fare riferimento per progettare un percorso di sviluppo nel nome e sotto la bandiera della cultura.

 

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